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Formazione - Materiali

È certamente un documento di notevole importanza la Direttiva del 27 dicembre 2012, intitolata “Strumenti d’intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”, pubblicata dal Ministero dell’Istruzione. È importante perché completa il quadro italiano dell’inclusione scolastica. Ma che cosa sono i BES?

Con questa sigla si fa riferimento ai Bisogni Educativi Speciali e, in modo particolare, a tutti quegli alunni che presentano delle difficoltà che richiedono interventi individualizzati. Il termine “speciale” potrebbe far pensare a qualcosa che si discosta dalla “normalità”, e in funzione di questo essere identificato con qualcosa di negativo. Se però si considera l’altra faccia della luna (quella sempre nascosta), si può reputare “speciale” tutto ciò che ha bisogno di competenze e risorse migliori, più efficaci, speciali appunto.

Avere Bisogni Educativi Speciali non significa obbligatoriamente avere una diagnosi medica e/o psicologica, ma essere in una situazione di difficoltà che necessita di un intervento mirato, personalizzato.  Rispetto alla diagnosi di una malattia la valutazione dei “Bisogni Educativi Speciali” non è discriminante in quanto non solo si riferisce ad un panorama di bisogni ampio ma perché i bisogni non sono necessariamente stabili nel tempo ma possono venire meno o essere superati.

Gli alunni che mostrano di avere Bisogni Educativi Speciali non sono solo quelli in possesso di una certificazione (il 2-3%), ma sono molti di più (10-15%), ed in particolare tutti quelli che necessitano come i primi di attenzione e spesso di interventi mirati.

Nelle scuole abitano sia alunni con Bisogni Educativi Speciali con diagnosi psicologica e/o medica e alunni con Bisogni Educativi Speciali senza diagnosi. Nel primo caso le categorie diagnostiche fanno riferimento al DSM-IV e all’ICD-10. Vi rientrano il ritardo mentale, i disturbi generalizzati dello sviluppo, il disturbo autistico, i disturbi dell’apprendimento, i disturbi di sviluppo della lettura, i disturbi di sviluppo del calcolo, i disturbi di sviluppo dell’espressione scritta, i disturbi di sviluppo dell’articolazione della parola, i disturbi di sviluppo del linguaggio espressivo, i disturbi di sviluppo nella comprensione del linguaggio, i disturbi del comportamento, i disturbi da deficit di attenzione e iperattività, i disturbi della condotta, il disturbo oppositivo-provocatorio e infine vi sono le patologie che riguardano la motricità, quelle sensoriali, neurologiche o riferibili ad altri disturbi organici. 

Nel secondo caso, invece, rientrano tutti quegli alunni che non corrispondono perfettamente ai parametri appena citati, perché la loro situazione pare meno netta e più sfumata. Questa tipologia di alunni è però presente e abita la scuola anche in modo piuttosto considerevole. Tra questi alunni troviamo quelli che, pur non presentando deficit nell’apprendimento, risultano non possedere competenze cognitive adeguate nell’area metacognitiva, linguistica e sociale, altri invece vivono situazioni familiari difficili (genitori con patologie psichiatriche, condotte antisociali…), altri ancora invece sono figli di migranti e presentano una serie di problematiche che vanno da una incapacità di comunicare a causa del linguaggio e di una cultura molto differente dalla nostra, a difficoltà legate principalmente alle situazioni spesso precarie e transitorie in cui si trovano a vivere.

Si evince come, in questi casi, si ha a che fare con alunni che hanno normali capacità di apprendimento ma che sono ostacolati da scarsi mezzi di apprendimento o da risposte psicologiche e comportamentali.

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